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lunedì 11 agosto 2008

5 mosse per fare tv in maniera coinvolgente, ovvero seguendo la logica 2.0!

Vi avevo già parlato dell'interessante tesi di Ivan Askwith a proposito della TV 2.0 e in un capitolo molto godibile Askwith analizza quelle che a suo modo sono le cinque logiche che dovrebbero sottintendere l'esperienza televisiva. Ho cercato di riproporvele commentandole brevemente:

1) Ci piace guardare quello che guardiamo - la logica dell'entertainment
Guardare un programma o un canale deve dare piacere... Non ci sono alternative: che sia un piacere "di pancia" o intellettuale quello che viene trasmesso deve piacere. A tal proposito vi rimando al saggio di che analizza i vari piaceri che un testo televisivo può procurare.

2) L'hai vista quella cosa? - la logica della connessione sociale
E' l'esperienza più difficile che oggi si possa offrire. In passato, quando c'erano pochissimi canali, un programma diventava veramente il pretesto per la conversazione tra le persone e ad ogni modo la tv era veramente l'agorà di un paese. Nella storia d'Italia la tv può essere considerata a buon diritto il raccordo o l'epicentro della connessione sociale... come non ricordare la tesi di Pasolini sulla lingua italiana?
Oggi con l'esplosione delle piattaforme televisive e la nascita dei canali tematici che si rivolgono alle nicchie e ai vari target chi riesce ancora a ri-creare una sorta di conversazione ha vinto la sfida!

3) Tutti sono esperti - la logica della conoscenza
E' la logica più difficile da seguire e rappresenta la sfida più ardua da vincere: fare un canale televisivo o un prodotto per la tv che renda i propri spettatori più "intelligenti" quando spengono il canale o finiscono di guaradre un programma. Non è facile ma ad esempio REPORT riesce perfettamente in questo intento: tutti gli spettatori delle inchieste coordinate da Milena Gabbanelli il lunedì sembrano tutti esperti di pratiche fallimentari o di legislazione edile. La frase che si ripete di più e si condivide è quella che inizia così "Lo sai che....?"

4) Essere lì - la logica dell'immersione
Se un canale o una serie tv riesce a far immergere lo spettatore in quello che guarda il lavoro è fatto: nessun telecomando e nessuna zapping potrà distrarre la visione di qualcosa. Mi è successo pochissime volte (per lo più guardando una serie tv...). Io non potrei fare testo perchè sono nun curioso e sono un fissato di palinsesti e quindi programmazione e contro-programmazione... ma alla fine anche io sono "caduto" nella trappola dell'immersione. mi è successo con Lost e Prison Break e qualche gara sportiva (ciclismo specialmente). La logica dell'immersione è tipicamente cinematografica o legata alla lettura ma in futuro credo si sposterà sempre più verso la televisione. Cosa succederà infatti quando i canali inizieranno ad implementare sempre più la parte interattiva e partecipativa? Sondaggi, scelta di contenuti, commenti a caldo, partecipazione nel segnalare news e altro. Credo che sarà la parte più rivoluzionaria di un palinsesto. Esseri lì non solo nel senso di immersione ma anche in quello di partecipazione. Quando lo spettatore sentirà di stare facendo il programma o costruendo un palinsesto. Da questo punto di vista ne vedremo delle belle... e credo che difficilmente torneremo indietro.

5) Siamo ciò che guardiamo - la logica dell'identificazione
Non è soltanto una questione di target (come nel mondo del marketing si usa dire...) è una questione più profonda. Perchè riuscire a far identitificare qualcuno in un canale o in un prodotto televisivo non è una cosa semplice. Perchè chi guarda deve avvertire che si sta parlando di lui o comunque e soprattutto di qualcosa che lo riguarda. Il vero successo lo hanno quelle serie o quei canali che riescono a produrre qualcosa costruita a più livelli che quindi riesca ad interessare più persone possibili... e qui ancora dobbiamo scontrarci/incontrarci con le logiche della quantità... che sovrintendono il mercato pubblicitario.

Ed ora che la discussione abbia inizio: segnalate casi o saggi o articoli per ciascuna logica! Io sono qui pronto a discutere con voi...

lunedì 26 maggio 2008

AgoraVox in Italia: l'intervista a Francesco Piccinini

Partirà a metà Giugno la versione italiana di AgoraVox, progetto francese di giornalismo partecipativo. A questo link potrete trovare un form per richiedere news in anteprima e magari informazioni su come partecipare e come diventare redattori di AgoraVox. Nel frattempo pubblichiamo l'intervista a Francesco Piccinini project manager della versione italiana.

1) Come nasce e perchè l'idea di AgoraVox?
Nasce in Francia nel 2005 da un'idea di Carlo Revelli che "sentiva" una discrepanza tra l'opinione pubblica e quella dei politici e dei media mainstream in merito al referendum sulla Costituzione Europea. Sul Web circolavano voci fortemente contrarie alla Costituzione che prevedevano una sconfitta del sì. AgoraVox nasce, anche, da un avvenimento tragico: lo Tsunami 2004. Il flow d’informazione non era gestibile attraverso i media tradizionali e il mezzo di comunicazione privilegiato divenne il Web. I nomi degli scomparsi, dei feriti, le immagini, trovarono nella rete l’unico supporto valido. Decise, quindi, di mettere su un giornale partecipativo. In Francia, oggi, abbiamo un milione di visitatori al mese e 35000 "reporter" che sottopongono degli articoli. Tra loro circa 1000 moderatori votano gli articoli off line e quelli più interessanti vengono pubblicati. Dopodiché gli utenti votano gli articoli on line e a seconda delle preferenze e del numero di commenti un articolo sale o scende sulla home. In Francia siamo, classifica Wikio, il secondo medium più citato su internet dopo Le Figaro. Il mese prossimo AgoraVox diventerà una Fondazione per evitare possibili derive aziendalistiche e/o politiche e conservare la nostra indipendenza.

2) Come mai dopo la Francia si è deciso di iniziare questa esperienza in Italia?
Ti potrei rispondere come ha fatto Al Gore alla presentazione di Current TV: "perché l’Italia è un paese di creativi". Oppure ti posso rispondere in maniera più seria: perché in Italia c’è bisogno di mezzi d’informazione bottom-up. Piattaforme sulle quali il cittadino puo’ fare emergere il proprio punto di vista. Ricordo una conferenza di Vattimo sui simboli religiosi, diceva: "io non voglio togliere il crocifisso dall’aula, io voglio aggiungere al crocifisso la stella di David e la Mezzaluna. La cultura, il dialogo crescono aggiungendo non togliendo". Ecco questa è la forza dell’informazione bottom-up: aggiunge, non toglie.

3) Quali sono gli obiettivi del progetto?
Vogliamo un’informazione "democratica" che privilegia la "versione reale" a quella "ufficiale". Vogliamo che l’informazione non sia più "profetica", top-down ma che porti il contributo di chi ha visto e vissuto quello che, spesso, è narrato a posteriori e non in diretta. L’obiettivo di AgoraVox é un’informazione di qualità, che dia un valore aggiunto. Il pubblico è interessato a leggere e sapere ma non è interessato a rileggere cio’ che gli è viene ripetuto con le stesse parole, senza aggiungere nulla.

4) C'è anche una parte video molto importante legata al progetto che si chiama Agoravox.tv Quali sono i progetti legati a questo settore anche in Italia?
I contributi video saranno parte integrante di AgoraVox Italia. Non apriremo un portale specifico ma vorremmo capitalizzare la mole di video che sono in rete e che, spesso, non vengono mostrati. Mi viene in mente, ad esempio, la lunghissima inaccessibilità all’ultima intervista di Borsellino o i recenti scontri tra polizia e manifestanti a Pustarza, in Irpinia, contro l’apertura della discarica.

5) Come vedi il rapporto tra le testate cartacee e web e un progetto di informazione partecipativa come AgoraVox?
I giornali stanno cambiando, non finiranno. Se prendiamo una recente ricerca, apparsa su Repubblica, della World Association of News Paper e del Word Editors Forum, noteremo come la prospettiva verso la quale procede la stampa é più o meno condvisa da tutti i settecento direttori di giornali intervistati. La necessità di sapere e di essere informati non scema con gli anni, cambia non finisce. Non bisogna soffermarsi sul supporto ma sulla sulla notizia e il valore aggiunto, che ha il lettore, nel nostro caso il prosumer, nel leggerla. Agoravox é un esempio di "citizen journalism" non in contrasto con il giornalismo professionale. Un cittadino che con la sua telecamera riprende quanto accade sotto il suo palazzo non è in "competizione" con il giornalista che quotidianamente cerca notizie e lavora fino a notte tarda in redazione; cosi’ come un cittadino che evita un furto non è in competizione con la polizia. Noi vogliamo far collaborare giornalisti professionisti e giornalisti "cittadini" per realizzare vere e proprie inchieste partecipative.

Vorrei lasciarti con una riflessione sul problema della stampa in Italia. I giornalisti in Italia sono circa 30 000, di cui solo 12 000 hanno un regolare contratto. Una cifra che pende verso il precariato significa che è complicato fare informazione di qualità. Per citare l’ex Presidente della Repubblica Ciampi: "I giornalisti devono tenere la schiena dritta", ma come si puo’ denunciare se si è sotto lo schiaffo continuo di un licenziamento?
Leggi questa intervista su Mediazone.

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