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mercoledì 23 giugno 2010

Dio, la Televisione e molto altro: ritorna Link - Idee per la televisione

Ad oggi rimane la rivista di settore piu' interessante che si possa trovare sull'argomento TV. E' ben curata, ben fatta e gli argomenti vengono sviscerati sempre molto bene. Link - idee per la televisione è una di quelle riviste che se non ci fosse, vorresti fondarne tu una. Il tema dell'ultimo numero è "Dio e la Televisione".
Mi viene subito in mente la battuta di Boncompagni che disse che la Messa è l'unico format italiano che abbiamo esportato all'estero (o comunque quello che ha avuto piu' successo).
A questo link l'indice degli articoli sul tema di copertina. Le riflessioni che invece non vedo l'ora di leggere io sono nell'ordine le seguenti:




1) "La vendetta dell'unicorno origami - sette concetti chiave del transmedia storytelling" di Henry Jenkins;
2) "Ascolti Digitali - cosa sta succedendo agli ascolti televisivi dopo lo switch off" di Serena Ciani;
3) "Tv out of home: il futuro è social" di Matteo Stefanelli.

Per ora è tutto, domani avrò la rivista sulla mia scrivania e vi saprò scrivere di più. Se vi siete persi i numeri precedenti cliccate pure qui.

venerdì 4 luglio 2008

Lost, l'orgasmo cerebrale e la TV 2.0

Per leggere questo post prendetevi pure un giorno di vacanza...
Mentre qui in Italia quando si pensa alla TV dobbiamo fare i conti con raccomandazioni e giochi di potere, negli USA (tanto per cambiare…) si sperimentano e producono contenuti che hanno già fatto storia e che alimentano il dibattito sul futuro della tv. Ne avevo parlato in questo precedente post: la tv si sta evolvendo e possiamo infatti parlare già di TV 2.0. A tal proposito sto leggendo un’interessante tesi discussa al Mit con Henry Jenkins da Ivan Askwith (assistente di Steven Johnson nella stesura del libro “Tutto quello che fa male ti fa bene”) dal titolo emblematico “Television 2.0: Reconceptualizing TV as an Engagement Medium”. La tesi in generale è molto interessante e apre uno squarcio sul dibattito negli USA sui cambiamenti repentini che sta vivendo il mezzo televisivo sia per quanto riguarda il modello economico che per quel che concerne i contenuti. Tempo fa avevo iniziato a scrivere di TV 2.0 parlando delle nuove esperienze di tv che fanno del “coinvolgimento” del pubblico la loro identità di rete non più legata ai dati sociodemografici bensì agli stili di vita e agli interessi. Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire cosa intendiamo con TV 2.0 distinguendo tra “coinvolgimento aperto” e “coinvolgimento chiuso”.

Coinvolgimento aperto e chiuso

Lev Manovich ha introdotto tempo fa una distinzione tra interattività aperta e interattività chiusa. Nel suo saggio e in varie interviste spiega cosa intendesse dire “Il concetto d’interattività 'chiusa' si riferisce alla selezione all’interno di una serie di scelte definite a priori – ad esempio, scegliere quale scena del film vedere nel DVD o scegliere l’area di un sito web. Quello di interattività ‘aperta’ è riferito a un’interazione più complessa tra l’essere umano e il computer in cui il contenuto non è determinato a priori (o per lo meno non tutto il contenuto), bensì generato in tempo reale in relazione alle azioni dell’utente.”
Quindi, ispirandoci a Manovich, possiamo affermare che possiamo avere due tipi di coinvolgimento da parte di un canale o di un contenuto: quello aperto e quello chiuso. Se scelgo il contenuto di un canale, lo guardo, mi appasiono e lo seguo parliamo del primo caso se invece partecipo al palinsesto, segnalo le news, posso interagire con la diretta ecc… parliamo di coinvolgimento aperto. Il contenuto viene generato grazie a me quasi in tempo reale. Tutti i viewers posson tranquillamente affermare “Io sono importante per far funzionare il canale, io sono il canale o il contenuto”. Di questa ultima accezione parleremo in un prossimo post. Ora vorrei occuparmi del “coinvolgimento chiuso” e prenderò ad esempio Lost. Ma prima di andare al nocciolo della questione ci sono due punti su cui dovremmo soffermarci e su cui vorrei divagarmi:
a) Lost è una serie dalle trame multiple
b) Lost è una serie labirinto

a) Lost è una serie dalle trame multiple
Nel suo libro “Tutto quello che fa male ti fa bene” Steven Jhonson afferma “i programmi televisivi popolari hanno anche aumentato lo sforzo cognitivo che chiedono al proprio pubblico, esercitando la mente in modi che sarebbero stati inauditi trent’anni fa. A coloro che seguono in modo approssimativo il dibattito sull’impatto culturale dei mezzi di comunicazione, l’idea che la televisione stia in realtà migliorando la nostra mente sembrerà un’eresia.” Insomma se è vero che leggere un libro porta dei benefici cognitivi (attenzione, pazienza, memoria, analisi di fili narrativi) questo assunto vale anche per una serie tv che ha nel proprio dna le trame multiple. Se è vero che I Soprano sono stati un contenuto rivoluzionario, rispetto ai contenuti televisivi precedenti, per le succitate ragioni, Lost lo supera abbondantemente. Facciamo un esempio. Nell’ottavo episodio della prima serie abbiamo ben 9 sottotrame (secondo l'analisi di Johnson pubblicata nel suo libro a pag. 191)
Se invece prendiamo la prima puntata di Lost della seconda serie (nella prima serie la struttura di ogni puntata presenta i vari protagonisti mentre nelle successive si entra nel vivo della storia) troviamo ben 6 sottotrame e ben 11 dei temi ricorrenti nella serie per un totale di “17 linee narrative” che dobbiamo costantemente seguire e tenere a mente.

A cosa servono le trame multiple? Diciamo che ci sono almeno due vantaggi. Il primo in riferimento al nostro essere spettatori: grazie a questo tipo di contenuti il nostro cervello gode di una specie di “orgasmo cerebrale” infatti queste tipo di serie vengono prodotte per ottenere un impatto a lungo termine, un impatto che richieda al pubblico di rimandare per un po’ la gratificazione, di controllare quell’impulso in previsione di una chiusura più complessa e pienamente soddisfacente in seguito (Bochco dixit). Oltre ai benefici sopraccitati ci sono vantaggi anche a livello economico. Questo tipo di prodotti, infatti, alimentano “l’economia della ripetizione”: più i contenuti sono complessi più vi è la possibilità che le repliche vengano seguite non solo da chi non ha mai visto la serie ma anche da chi l’ha già vista e vuole capire cosa si è perso. Inoltre vi è un'alta probabilità che chi ha già visto una serie acquisterà con piacere i DVD perché le storie sono così complesse e autoreferenziali che è necessario compiere uno sforzo per trovare un senso alla prima visione e alla fine, l’unica cosa che si desidera fare è rivedere quanto prima la puntata.

b) Lost è una serie-labirinto
Sono convinto che possiamo definire Lost come una serie-labirinto. C’è un capitolo (ripreso ottimamente nel film) del libro di Umberto Eco “Il nome della rosa” in cui ad un certo punto il lettore si ritrova immerso in un mare di libri, ovvero si trova nella biblioteca-labirinto del monastero. Mentre da una parte si subisce il fascino di quel luogo e ci si ritrova a voler capire perché c’è un labirinto e perché tutti quei libri e perché un sacco di cose, dall’altra ci si immedesima nei due protagonisti che vanno alla ricerca disperata dell’uscita. Si vengono così a determinare due forze: una centripeta che spinge il lettore/spettatore a soffermarsi nel pericolo, a voler indagare, a voler vedere come è il labirinto, l’altra centrifuga che lo spinge a desiderare di uscire dalla situazione precaria, che lo obbliga a darsi alla fuga e a voler tornare alla situazione normale. La stessa cosa che accade in Lost. Se da una parte i fili narrativi della vicenda costringono lo spettatore a voler desiderare la fine dell’odissea dei passegeri dell’Oceanic , dall’altra si ha piacere a soffermarsi su alcune vicende “subendo il fascino” dei misteri dell’isola. In altre parole se da una parte si spera che arrivino i soccorsi dall’altra si vuole scoprire quanto è possibile sull’isola. In realtà, come in Prison Break, le questioni drammaturgiche sono molteplici e quelle che nelle prime serie erano strategiche diventano marginali. Le uniche domande sensata non sono più riguardo i personaggi, perché sono lì e come faranno ad uscire bensì: perché c’è quell’isola, esiste davvero, a chi appartiene e soprattutto qual è il gioco di potere che vi si nasconde dentro?

Nel prossimo post analizzerò perchè Lost è un contenuto della TV 2.0, nel frattempo sono molto graditi i suggerimenti, le critiche e le collaborazioni. Per qualsiasi cosa contattatemi qui.

sabato 12 aprile 2008

La TV 2.0

L'Italia è un paese dove parlar male della televisione può diventare un mestiere, un paese dove si può pontificare male della tv proprio nei talk show televisivi, dove solitamente si arringano soltanto inutili filippiche. Questo quindi è un paese dove si parla male di tv in tv e questo la dice lunga sulla coerenza di molti. Sparlare di tv va di moda, fermarsi a ragionare cercando di farsi domande e capire cosa potrà succedere nei prossimi anni è più complicato. Ma tanto vale provarci.

Ha senso parlare male della tv?

La televisione è un mezzo di trasporto (non per altro prima esisteva il Ministero dei trasporti, delle poste e delle telecomunicazioni cui era affidata) e solo per questo motivo non possiamo criticare il mezzo tout court bensì ciò che si "trasporta", in altre parole i contenuti. Lo stesso Pasolini nelle sue “Lettere Luterane” in cui proponeva di abolire la scuola dell’obbligo e la tv scriveva “Il mio odio (…) non va contro la televisione, ma contro la televisione italiana”. Pasolini nella sua lucidità aveva intuito che la televisione non è il MALE in sé, ma che con la sua potenza può trasportare-veicolare, visioni di società che alcuni possono non condividere e modelli culturali che altri possono detestare. Per le condizioni politiche dell’epoca la televisione rappresentava uno dei mezzi di potere di un solo partito che lo stesso Pasolini avversava culturalmente, anche perché era l’unico partito che poteva usare quel mezzo e per questo si augurava un moltiplicarsi di canali in modo tale da permettere ai telespettatori di scegliere. Ha senso, quindi, sparare addosso alla tv? Non ora, non qui. Non più.

La tv 2.0
Nei mesi scorsi (anche su questo blog) si è data tanta risonanza al fatto che internet stia per superare la tv. Non è una novità per chi è più addentro alla questione: la tv si sta evolvendo. Come tutti i media sta diventando 2.0. Per cercare di dare senso a questa etichetta possiamo dire che sta diventando più democratica. Lo scrive benissimo H. Jenkins nel capito conclusivo “Democratizing television? The politics of participation” del suo "Cultura Convergente" quando accenna alla nascita di Current Tv riportando molte cose del dibattito che infiammò gli Usa nel 2004. Tra le parole più significative a riguardo sono quelle di A. Hihghfield dirigente della Bbc “la tv del futuro sarà irriconoscibile rispetto a quella odierna, non più confezionata e pianificata da dirigenti televisivi, caratterizzata non solo da canali lineari; essa sarà più simile a un caleidoscopio, con migliaia di flussi di contenuto, alcuni non più distinguibile come canali. A livello più semplice il pubblico vuole organizzare e rielaborare i contenuti a proprio piacimento. Commenteranno i nostri programmi, li voteranno, e in genere dedicheranno loro attenzione. A un altro livello, però, vorranno creare da zero quei flussi di video, con o senza il nostro aiuto”. La tv cui parteciperemo in futuro, non la vedremo soltanto: il termine esatto sarà partecipare, sarà una tv più popolata. Se era vero che prima imponeva modelli (pochi se non unici) già da oggi i modelli si moltiplicano. Il senso è che questa tv 2.0 dà spazio a chi la guarda e non li fa sentire dei meri spettatori, vuole coinvolgerli, vuole mandarli in onda, vuole farli partecipi.



Il telecaos creativo

Questo è un periodo di telecaos creativo (forse come quello degli anni ’80?): "le piattaforme competono in termini di accessibilità, facilità, costo, prezzo finale, ricchezza dei contenuti ai quali consentono di accedere. I servizi competono in base alla qualità dei bouquet di contenuti che riescono ad aggregare, al prezzo degli abbonamenti, all'invasità della pubblicità. I contenuti competono per le loro qualità autoriali, informative, funzionali." scriveva Luca De Biase su Nova del 13 dicembre. Non la riconosceremo più, la nostra televisione, perché sarà evoluta in qualcos’altro e come dice una legge fondamentale della fisica nulla si distrugge tutto si trasfroma: i contenuti, i fruitori e soprattutto il modello economico. “E’ nel mutamento che le cose si riposano” scriveva Eraclito e sono convinto che in questo preciso istante anche la televisione (come apparato, come modello) proprio perché siamo in un momento di passaggio sia a riposo (ripropone sé stessa , senza cambiamenti, senza stravolgimenti) ma, individuato il nuovo, (vedrete!) ripartirà all’attacco. Come fa sempre l'industria culturale. Per maggiori conferme leggere "Apocalittici e Integrati" di Eco.

I nuovi contenuti
Come sono i contenuti di questa tv 2.0? Innanzitutto sono nuovi, nei generi, nei linguaggi, nelle linee narrative. E poi sono aperti, sono trasparenti e vengono da ogni dove. Questa è una tv che si fa ovunque perché ovunque la si può fruire. La vecchia TV, si sa, in Italia la si produce o a Roma o Milano mentre chi partecipa alla tv 2.0 le proprie performance le fa da dove capita: per strada, nelle camerette o negli spazi che si hanno a disposizione. C'è che i programmi li fa in scooter, chi nella propria cameretta, chi sul tetto del propria casa. All'estero la si fa nelle cucine e sui balconi. Questi contenuti poi vengono messi in rete e condividendoli I protagonisti abbattono le categorie spazio-temporali. Nel web non esiste nè il centro e nemmeno la periferia. Ed è proprio in questo magma che ho trovato le sperimentazioni migliori. Certo siamo proprio all'inizio: alcuni di loro non mettono le luci come dovrebbero, altri non impostano l'audio nel giusto modo. Ma proprio giocando e divertendosi stanno impostando un nuovo modello generativo per i contenuti. Inoltre in alcuni casi le tv 2.0 accettano i video degli utenti, in altri casi si può partecipare alla nascita dei programmi stessi, altrove mentre vanno in onda i contenuti si chiede un parere o magari di intervenire in diretta. Perché questa è una tv che non ha paura delle idee degli altri, è una tv conversazionale, dove ciascuno ha il diritto di esprimersi e di mettersi in gioco. Come spett-autore o prosumer o chissà quanti altri termini inventeremo.

I net nativi

Quella dei net nativi è una formula che ben esprime chi sono e saranno i protagonisti della tv 2.0. Cito Tommaso Tessarolo "I net nativi non solo producono gran parte della loro televisione, ma hanno preso anche a remixarla (per usare un termine anni ‘80). Sta nascendo una nuova generazione di “Pod VJ“, maestri blogger capaci di generare Podcast Video, e quindi “trasmissioni TV”, miscelando sul loro blog i contributi per loro più interessanti. Nuovi guru mediatici in grado di parlare agli abitanti di questo nuovo mondo semplicemente “postando”. E’ l’intrattenimento che estende la sua forma originaria ben oltre le soglie dell’interattività. E’ una nuova specie che ragiona, comunica e si intrattiene in modalità che a noi è dato solo osservare.” Quello che ci resta da capire è il senso di questa evoluzione che probabilmente è nel nuovo rapporto tra media e persone e nel legame tra le stesse persone. Un rapporto più trasparente e sicuramente più democratico.
Se far diventare le persone protagoniste della Storia era l’imperativo categorico delle grandi rivoluzioni del passato, partecipare attivamente alla Comunicazione è forse il senso che possiamo dare a tutta questa grande Evoluzione. Dei media e dell’homo sapiens.

Leggilo anche su Mediazone - il Magazine de La Sapienza
Leggio e commentalo anche su Gay.tv

(post soggetto ad update: sono graditi commenti, proposte e collaborazioni per portare avanti questa ricerca sulla tv 2.0)
scrivete tutto a salvatoreditaranto@gmail.com

sabato 16 febbraio 2008

Arriva Al Gore in Italia e apre Current (su Sky)






I rumors di un imminente arrivo in Italia del canale avviato da Al Gore
erano fondati. L'8 febbraio, infatti, su Broadband Tv News è apparsa la notizia dell' accordo tra Sky Italia e Current In un articolo a firma di Luca Dondoni apparso su La Stampa David Neuman, direttore dei programmi, spiega la filosofia che c’è dietro il canale “I contenuti creati dai telespettatori occupano un terzo della programmazione. Gli altri programmi si chiamano “Pods” e sono dedicati agli argomenti più disparati. Attualità, politica, costume. Nel caso dell’Italia ci sarà anche la moda, non le sfilate ma la street-fashion, quella che i ragazzi si creano da soli, diventando poi ispirazione dei più grandi stilisti”. Alla domanda su come mai sia stata scelta l’Italia per aprire la prima sede di Current in una nazione non anglofona la risposta è stata che nel segmento 18-34 anni sono tanti e attivissimi i giovani che si dedicano alla creazione di contenuti. Inoltre delle indagini hanno rilevato alcune importanti tendenze del nostro Paese che confermano come l’attenzione per la Rete e per la tv partecipativa siano in crescita. E' un discorso quello sulla democratizzazione della tv e la partecipazione degli utenti alla costruzione dei contenuti televisivi che da molti anni viene affrontato da molti esperti tra cui Henry Jenkins che riporta le parole di A. Hihghfield dirigente della Bbc “la tv del futuro sarà irriconoscibile rispetto a quella odierna, non più confezionata e pianificata da dirigenti televisivi, caratterizzata non solo da canali lineari; essa sarà più simile a un caleidoscopio, con migliaia di flussi di contenuto, alcuni non più distinguibile come canali. A livello più semplice il pubblico vuole organizzare e rielaborare i contenuti a proprio piacimento. Commenteranno i nostri programmi, li voteranno, e in genere dedicheranno loro attenzione. A un altro livello, però, vorranno creare da zero quei flussi di video, con o senza il nostro aiuto”. E' un dibattito che qui continueremo a fare sul fronte contenuti e sul fronte nuovi linguaggi. Ma cosa vuol dire tv partecipativa? Ecco un esempio interessante: Alex Simmons ha realizzato un videoclip per il gruppo The Shins in occasione dell'Austin City Limits Festival invitando i partecipanti a mandare dei video fatti con il cellulare e le videocamere durante l'esecuzione del fantastico brano "Phantom Limb" con cui poi è nato il video che trovate qui sotto.



Qui trovate un'interessante contributo di Davide Turi sul tema internet/tv.

mercoledì 2 gennaio 2008

Henry Jenkins & Derrick De Kerckhove sul 2008

Il 2008 sarà un anno caldo per i media digitali, parola di Henry Jenkins che nel suo “Generazione Remix” pubblicato sull’ultimo numero dell’Espresso arriva a prevedere:

- un nuovo rapporto tra produttori di contentuti e consumatori (che nel frattempo sono diventati essi stessi generatori di contenuti);
- che il flusso dei contenuti, in gran parte formato da decisioni prese nelle stanze dei bottoni delle grandi multinazionali, sarà sempre più influenzato da quello che accade nelle camerette dei teenager;
- che nel prossimo anno si svilupperà molto di più la cultura convergente di cui un aspetto chiave “è il fatto che i consumatori partecipano attivamente alla produzione e alla circolazione di materiali culturali”;
- che l’advertising esplorerà nuove strade per far scattare la scintilla della passione delle persone per i marchi e i prodotti;
Un vero e proprio terremoto, dunque, si sta per scatenare: la tv non riesce a confrontarsi con i media emergenti, i broadcaster stanno disperatamente pescando dal web contenuti e serie pensate per la Rete per portarle in tv e attirare pubblico. Ma spaventarsi è inutile - afferma l’autore di “Cultura Convergente” – la realtà è che stanno perdendo sempre più controllo e il pubblico può prendere i loro materiali, remixarli, riproporli, e distribuirli in un modo molto più efficace e veloce dei media broadcaster.
Ci stiamo lasciando alle spalle un’era in cui dominava la rigidità e l’unico obiettivo era catturare lo sguardo di un spettatore inattivo: in futuro non sarà più così.
Una nuova cultura fatta di tanti sguardi, frammentata, a tratti esplosiva si sta facendo strada. Nel suo mini-saggio per l’Espresso “Tecnologia fa rima con magia” Derrick de Kerckhove e Vincenzo Susca affermano che “la diffusione sociale dei media elettronici si pone come l‘agente di deflagrazione della cultura moderna e del suo ordine politico, sociale, identitario ed economico”. Internet e la rete, quindi, come strumenti per sperimentare nuove forme di linguaggi e contenuti, come luoghi grazie al quale la rivoluzione tecnologica “si pone come l’arnese tramite cui affinare e socializzare le radicate tattiche di furbizia popolare, tutti quei metodi minuscoli tramite cui il popolo si è sempre difeso dallo sguardo aggressivo e pedante del potere” in una nuova ottica non più di resistenza nei confronti dei media ma di creazione e ri-creazione.
Qualche anno fa, ma ancora oggi se ne trovano di tracce, molti intellettuali sposavano l’idea che stessimo vivendo in una cultura prossima alla fine, incapace di trovare e incentivare novità e sperimentazione. Henry Jenkins e Derrick De Kerckhove, invece, ci proiettano nel prossimo futuro con riflessioni che come enzimi agiscono sul nostro lavoro e i nostri progetti non può farci che piacere. E voi… non fate i salti di gioia?

lunedì 31 dicembre 2007

Dal 2007 in poi: n3tv e videoroof

Questo blog il prossimo anno introdurrà molte novità [non vedo l'ora di mostrarvele :)]. Nel frattempo vi saluto con due video interessanti che fanno il punto sull'anno appena terminato. Il primo è una puntata delle Techniuz di n3tv che fa il punto sulla tecnologia nel 2007.

Il secondo è un simpatico "amarcord" fatto all'interno del progetto Videoroof, di cui presto sentirete molto parlare: per me saranno la rivelazione del 2008.


Domani vi aspetta il post "Henry Jenkins e Derrick de Kerckhove sul 2008"

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