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martedì 1 luglio 2008

Contro la tv spazzatura?

E' un'idea nata presso il corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell'università San Raffaele di Milano.
E' un progetto intitolato SAVE TV. L'ha coordinato Gian Paolo Fabris che ha detto “Non è un esercizio nello sport nazionale del lamento ma un atto d’amore nei confronti di un mezzo che ci ha molto aiutato nella modernizzazione del Paese”. Qui il link alla campagna. Qui il link ad un video.
Io sono sempre più convinto che la tv si stia evolvendo... e più che di gente che la salvi ha bisogno di persone che vi partecipino.

sabato 24 maggio 2008

Television in Transition: la ricerca Accenture sul futuro della Tv!

E' da poco disponibile una ricerca davvero interessante sul consumo dei contenuti "televisivi" attraverso i nuovi canali. I dati più interessanti riguardano la maggiore richiesta di consumo legato all'on-demand soprattutto da parte dei giovani i quali sono i meno contenti della tv tradizionale. Infatti la fedeltà di questi pubblici è legata sempre più ai contenuti piuttosto che ai canali che li mandano in onda (un terzo dei consumatori guarda più di sei canali a settimana).Uno spettatore che sembrerà schizofrenico secondo le logiche del passato recente ma che invece si mostra capace di scegliere i contenuti che vuole slegato da qualsiasi palinsesto e da qualsiasi identità di rete. Anzi si fa sempre più strada uno spettatore che vuole utilizzare più devices per i vari contenuti dal pc al mobile ( a tal proposito i dati mostrano che gli intervistati nei paesi latini sono interessati al mobile con percentuali molto alte rispetto agli intervistati in altri paesi). La ricerca "Television in transition", infatti, ha coinvolto 7000 persone in 8 nazioni: Francia, Germania, Italia, Spagna, UK, USA, Brasile e Messico. Se cliccate qui, dopo esservi registrati, potrete scaricare il summery: 22 pagine, molti dati, tabelle, suggestioni e affermazioni interessanti. Tra cui: "[You are] witnessing a complete disaggregation of the networs..." (Bruce Rosenblum - Warner Television Studios) , "Media companies don't control the conversation any more" (Rupert Murdoch - Newscorp) e "What do audience want? In all areas of television they hunger for surprise" (Stephen Poliakoff - screen writer).
E con questo post inauguriamo la sezione Ricerche e Libri.
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giovedì 22 maggio 2008

Quel che importa è il contenuto: anche nella NETTV!

Speciale dedicato ai contenuti oggi su Nòva, l'inserto del giovedì de IlSole24ore.

Vincenzo Scuccimarra nel suo articolo cita i casi più famosi di contenuti multipiattaforma e aggiunge una cosa molto importante "affinchè si affermino nuovi tipi di prodotti, le piattaforme emergenti devono trovare conveniente produrre format originali piuttosto che acquisire quelli fatti per i mezzi tradizionali e dotarsi di una potenza di comunicazione adeguata a convincere il pubblico che stanno proponendo qualcosa di interessante, innovativo ed esclusivo".



A sostegno di questa tesi Luca dello Iacovo partendo da una ricerca fatta da Accenture scrive "la fedeltà è meno legata al marchio di un'emittente e più a contenuti come storie, notizie, intrattenimento, sport. Tanto che un terzo degli intervistati guarda almeno sei canali diversi a settimana". Della serie "content is the king"

lunedì 3 dicembre 2007

La tv che viene dalle "periferie"

Carlo Freccero ha scritto i saggi più importanti sul rapporto audience-palinsesto (per la mia tesi mi concesse anche un'intervista molto acuta). Tra questi vi è "L'audience come periferia" pubblicato all'interno del libro-guida di Aldo Grasso "Che cos'è la televisione". Vi propongo di leggerne qualche riga su questo blog: "Mi piace pensare all'audience come alla periferia di una grande città. Nel centro si trovano i monumenti, i reperti storici, ma anche i luoghi di aggregazione e socializzazione. Nel centro si costruiscono la cultura e la moda. Nel centro si danno appuntamento gli opinion leader. La sera il centro è scintillante di luci, di insegne, di vita. Ma basta allantonarsi dal centro per vedere quelle luci affievolirsi, farsi sottotono, confondersi con la nebbia in cui sono immerse le cose. E' la periferia. Qui le luci della strada sono fioche e giallastre, ma un'altra luce filtra attraverso i vetri delle finestre. E' la luce lattiginosa della televisione. Brandelli di suono ci seguono nel nostro itinerario. La televisione è la colonna sonora della periferia. Questa realtà quotidiana dimessa, priva di slanci, immobile ed eguale, ha trovato nella televisione il suo mezzo di espressione. E' l'audience profonda che inesorabilmente livella i palinsesti televisivi, che smussa la sperimentazione, limita ogni cambiamento"
E' un saggio citato da molti autori televisivi e uomini di marketing. E' a tratti poetico ma a mio parere non fotografa più la realtà attuale. Mi spiego meglio. Ogni giorno, per il lavoro che faccio, guardo molti contenuti che vengono dalla rete: corti, mini-format, videopodcast, inchieste di citizen journalism. E ogni giorno trovo cose nuove. Cerco di mettermi in contatto con gli autori e se possibile provvedo a trovar loro una collocazione in rete o in qualche programma televisivo. Sono per la maggior parte contenuti prodotti da miei coetanei, che abitano proprio in quelle periferie che seppur dimesse conservano ancora slanci di creatività. La TV, si sa, in Italia la si produce o a Roma o Milano eppure loro ( i miei coetanei, intendo) le loro performance le fanno dove capita: per strada, nelle loro camerette o negli spazi che hanno a disposizione. C'è che i programmi li fa in scooter e chi in macchina. Poi quei contenuti li mettono in rete e condividendoli abbattono le categorie spazio-temporali. Nel web non esiste nè il centro e nemmeno la periferia. Ed è proprio in questo magma che ho trovato le sperimentazioni migliori. Certo siamo proprio all'inizio: alcuni di loro non mettono le luci come dovrebbero, altri non impostano l'audio nel giusto modo. Ma proprio giocando e divertendosi stanno impostando un nuovo modello generativo per i contenuti. E chissà che verrà il futuro della tv e avrà i loro occhi.

sabato 13 ottobre 2007

I modelli (italiani) di Tv 2.0

Post soggetto ad update!
Colgo l'occasione del post scritto da Tommaso Tessarolo sullo stato della NetTV per una personale riflessione su quelli che mi sembrano i modelli di tv 2.0 che si stanno attualmente imponendo in Italia. Scrivo attualmente perchè la mia riflessione è una fotografia di quello che i protagonisti stanno facendo ora senza considerare gli eventuali sviluppi futuri.



-> Modello aggregativo community. E' il modello adottato da TheBlogTv.it che grazie alle segnalazioni di video prodotti dagli utenti iscritti al progetto confeziona contenuti come Tifosi 2.0 per La3 , BlogNotes per Fox, Webox per Music Box e per altre emittenti o video adevertising per Fiat e Last Minute. Il punto di forza è nella rivoluzionaria scelta di pagare i video che gli utenti producono per i vari programmi o i vari contest e nel fatto che gli utenti possono vedere i propri video all'interno di format televisivi.

-> Modello aggregativo live show. E' il modello con cui si è imposta N3tv.it: in studio grazie alla piattaforma Mogulus in diretta si dà vita a dei talk che integrano al loro interno forme di interattività quali la chat, i sondaggi e la possibilità per i fruitori di proporre argomenti. Dopo la live session il materiale, postprodotto, viene distribuito in modalità Podcast ed in download per i formati iPod, 3GP e MP3. podcast. Agli show come Fallo da dietro (sport), Infame (musica) o Politica 2.o (politica) sono affiancate le news su vari temi come NetTv, Videogiochi. Mobile ecc e altre esperienze di produzioni video originali e innovative come Videomarta.

-> Modello aggregativo channels. E' il sistema con cui si è presentato giorni fa Streamit.it il contenitore televisivo che aggrega canali. In questi giorni è possibile collegarsi a Streamit.it e vedere gratuitamente diversi canali tematici come Cortoons Tv (canale dedicato ai corti), Mousemen (canale musicale), Stadio News 24 o Mi-tele (artistico, new media). L'utente sceglie il canale preferito e clicca sul contenuto cui è interessato.

I tre modelli sono in continua evoluzione (riserveranno sicuramente sorprese) e nuovi protagonisti si stanno affaciando sulla scena. La riflessione futura cui dovremo dedicarci sarà quella legata ai contenuti, ai modelli di fruizione e consumo e al modello di business.
Intanto eccovi qui il Decalogo per Broadcaster 2.0 stilato da Salvo Mizzi, il fondatore di My-Tv Spa, e pubblicato all'interno di Mediamorfosi (il volume di Link curato da Federico di Chio).

1.La televisione 2.0 si basa sull’uso del web come piattaforma, non ha confini e mantiene sempre chiaro il proprio baricentro gravitazionale: approccio etico, cooperativo e comunitario, più dal basso che dall’alto. E’ la logica di Youtube, di Google Video, di MySpace.
2.Se il Web diventa la piattaforma di riferimento è necessario poter contare su macchine comunicative in grado di presidiare tutta la miriade di siti che costituiscono la costellazione internet e non soltanto alcuni grandi siti chiave. Bisogna ragionare in termini di long tail, includendo tutta lo logosfera espressiva. E’ la rivoluzione attuata da Google AdSense nella raccolta pubblicitaria.
3.Il vantaggio competitivo non è avere “Intel Inside” ma esercitare il controllo o comunque possedere in via esclusiva fonti di dati unici o in ogni caso difficili da ricreare ex novo. Un caso esemplare è rappresentato da Google Maps. Nella tv 2.0 non sono i diritti a fare la differenza, ma la relazione tra i dati di visione del contenuto e l’identità del soggetto che guarda. Se da broadcaster continuiamo a non sapere nulla di chi guarda cosa, non sapremo nulla di cosa sarà il futuro.
4.Gli utenti creano valore in misura esponenziale. Non restringete mai la cosìdetta “architettura della partecipazione” a un video, un commento, alcune foto. Lasciate che gli utenti aggiungano valore alla vostra applicazione. Questo valore cresce al crescere delle possibilità espressive e al crescere della memoria delle interazioni.
5.Gli aspetti partecipativi del network devono essere automatizzati. Soltanto una parte degli utenti deciderà di partecipare attivamente alla vostra applicazione, al vostro programma, alla vostra iniziativa. Fate in modo che gli aspetti parteciptivi siano sviluppati di default anche solo dalla visione o dall’upload del semplice contenuto.
6.La proprietà intellettuale limita il riutilizzo e la sperimentazione. La liberalizzazione di alcuni diritti può suscitare una nuova ondata di produzione di massa dal basso, e agevolare la costruzione di video database che facciano superare la massa critica necessaria al decollo. Non solo. Può avere un effetto di stimolo e scoperta di nuovi talenti. La strada è quella dei Creative Commons, intrapresa anche da BBC con il suo Interactive Media Player.
7.Considerate la tv 2.0 alle prese con un eterno numero zero, allo stesso modo delle eterne beta version oggi diffuse su scala planetaria da Internet. In un mondo che dipende sempre più dagli effetti partecipativi nessun prodotto giunge mai allo status di release definitive. Si rilasciano sempre versioni perfettibili, appunto eternamente beta. Non è necessario consolidare tutto in machine editoriali monolitiche, è nella logica del gioco essere provvisori e partecipativi anche sotto questo aseptto. Osservate Gmail (il servizio di posta elettronica di Google) e la sua inesorabile parabola di diffusione e sviluppo. Non penserete certo sia solo una macchina da e-mail, vero?
8.Cooperate sempre e non eccedete nella tendenza al controllo. Fate in modo di partecipare a vostra volta alla costruzione del contenuto generale, usate dati e layer altrui creativamente, usate e fatevi usare dalla syndication. Voi lo mandate in onda, fate uno share da record. Il maggiore quotidiano nazionale lo rilancia. Voi prendete il centro della scena mediatica. (Consiglio: assumete il videomaker, evitate di fargli causa per violazione del copyright).
9.Internet e il Pc non vivranno mai pià da soli. Una volta che sarà vinta la sfida di portare i contenuti di Internet nel mondo aperto, verso tutti i device digitali, non ci saranno più limiti alla costruzione e distribuzione di macchine neotelevisive ubique e onniprosenti.
10.Fratelli, la televisione 2.0 è alle porte. Fatevi trovare svegli. Se preferite dormire sappiate che ci penserà Google, o il molto venerabile Steve Jobs.

mercoledì 22 agosto 2007

MEDIASET 2.0 ?

Fa un certo effetto vedere come Mediaset si stia appassionando alle logiche del web 2.0 e alla rivoluzione degli user generated content: dapprima ha lanciato Talent1 e poi ha mandato in onda Festivalbar 2.0
Da quello che si sente dire in giro molti programmi già dalla prossima stagione subiranno un notevole cambiamento e chissà che non vedremo presto una versione duepuntozero di Amici di Maria de Filippi o un update di Matrix con i video di cityzen journalism fatti da tutti noi. Certo Festivalbar 2.0, a parte il nome, non ha nulla di 2.0 (ma proprio nulla) però già il fatto che un programma si appropri di questa "sigla" è sintomo che di questo termine si inizierà ad abusare anche a livello mainstrem e chissà che molte più persone si appassioneranno a questa rivoluzione.

venerdì 17 agosto 2007

Anche QOOB paga... dalle sue parti!

La notizia è fresca: dopo TheBlogTv anche QOOB inizia a pagare i componenti della propria community di creativi.
I meccanismi sono due. Il primo avviene tramite i seguenti passaggi: si caricano i propri video, i migliori scelti dallo staff di QOOB vanno in onda sul canale e dopo questo passaggio si viene pagati. Il secondo meccanismo, che sta prendendo piede nel mondo dello user generated content, è quello del commissioning: il broadcaster lancia un invito, si individuano le coordinate per far produrre contenuti attraverso un brief e si dà il via ai videomaker. I migliori video pervenuti in redazione vengono poi premiati (anche) con dei soldi.
Qoob, inoltre, sta percorrendo la strada del co-finanziamento per progetti che nascono all'interno della community:
- Techstuff (documentario a puntate sulla musica elettronica)
- Eloquens (serie animata con protagonista un robot sui generis)
- La seconda morte di Lazzaro (la serie irriverente sulle Sacre Scritture).

Sono convinto che questa sia una strada per stimolare la produzione di nuovi linguaggi, di nuovi contenuti e soprattutto di nuovi protagonisti della comunicazione!

venerdì 20 luglio 2007

Net Nativi & Televisione

In questi giorni sono suggestionato dai video caricati in rete che parlano di televisione. Li condivido con voi: a presto una riflessione a riguardo!





martedì 17 luglio 2007

Casalinga di Voghera: addio!

Dopo il focus sulle trasformazioni della tv digitale e quello dedicato ai telefilm, Link il magazine più innovativo sulla televisione analizza i nuovi rapporti tra la scatola magica e il pubblico. Anche questo numero è ricco di interventi e acute analisi. “Finalmente ci siamo. Annunciata, invocata, negata e poi ecco: la rivoluzione dei media pare essere alle porte. [...] Ci scopriamo a guardare la televisione per strada con i videofonini, davanti a una scrivania su Internet, e magari, udite, liberi da qualsiasi vincolo di “flusso” [...]” esordisce Laura Casarotto.
Ma subito si passa al centro della questione: se Fausto Colombo si sofferma sul fatto che è finita l'era della fruizione istantanea e condivisa, Carlo Freccero ritornando sulla storia della tv condivide le sue suggestioni sui pubblici attivi del futuro. La sensazione generale leggendo gli interventi è che forse tra qualche anno prenderemo atto che non saremo mai più uniti come lo siamo stati guardando la tv di matrice generalista. Proprio Anna Sfardini elogia il nuovo spettatore dell'era post-televisiva impegnato in pratiche attive di interpretazione che come sottolinea Henry Jenkins, il nuovo McLuhan, non solo si fa promotore dei contenuti che più gli aggradano ma diventa a tutti gli effetti un broadcaster. Ivan Montis, infatti, a tal proposito dedica il suo intervento alla produzione degli user generated contents che sono sintomo del bisogno espresso dal pubblico di stabilire relazioni sociali in modo paritetico anche nell'ambito della produzione di contenuti. E dunque? E' arrivata l'ora di salutare per sempre la figura del couch potato? Forse si! La casalinga disperata di Voghera ormai non ne può più di palinsesti mobili e precari e di programmi che si allungano inesorabilmente sempre più. Nuovi contenuti per nuove piattaforme e soprattutto personali modalità di fruizione. La rivoluzione è appena cominciata e il futuro è di nuovo da disegnare.

giovedì 12 luglio 2007

La tivù (adesso) sei tu...

Alessandro Gilioli e Paolo Pontoniere hanno pubblicato sull'Espresso di questa settimana un'inchiesta interessante sulla rivoluzione che sta investendo la televisione in questi anni. Il titolo è abbastanza emblematico "La tivù adesso sei tu". E' un discorso che stiamo facendo da molto tempo sia su questo blog che in altri e fa piacere constatare che ne parlino anche i settimanali a larga diffusione.

In sintesi la rivoluzione interessa tre campi:
- la tecnologia (la convergenza con il web);
- la fruizione dei contenuti;
- la produzione dei contenuti.
Rispetto al passato la vera rivoluzione copernicana è la centralità degli utenti: palinsesti personalizzati, fruizione dei contenuti su vari , programmi on demand, possibilità di accedere agli archivi e persino la possibilità di creare potenziali contenuti.
Nell'articolo vengono citati i vari progetti che i grossi network come Al Jazeera, Nbc, Cbs stanno portando avanti. Non mancano, poi, i riferimenti all'Italia.
Mediaset è ormai attiva su tutti i fronti: per quel che concerne la distribuzione/fruizione ecco Rivideo (a proposito vi consiglio il post di Tommaso.Tessarolo), sul fronte della produzione stanno per partire Talent1 cui si affiancherà anche la prossima edizioni di Amici di Maria De Filippi con Talent One.
Nell'articolo sull'Espresso c'è l'intervista a Franco Iseppi, ex direttore generale della Rai e oggi responsabile dell'innovazione digitale, che spiega la situazione sul fronte Rai: "ci sono anche altre iniziative interessanti della Rai nei cosiddetti new media, ma trattasi di operazioni singole, il cui successo (quando c'è stato, e c'è stato) è da ricondursi a capacità professionali e alla disponibilità a scommettere di alcuni managers e dei loro collaboratori. Non si è finora tenuto conto dei suggerimenti innovativi che queste esperienze possono portare nel concepire la filiera produttiva, la confezione dei prodotti, la predisposizione dell'offerta, le tecniche di marketing e di valutazione del comportamento della utenza. Di contro, come avviene nelle fasi di sperimentazione, i numerosi tentativi di aggregazione delle esperienze non hanno avuto esito positivo. Ogni attore di questa storia ha investito autonomamente e non collettivamente nella conoscenza del campo".
Sull'Espresso vengono citate e raccontate altre esperienze e nuovi progetti, ma non volendo fare spoiler eccovi il link da cliccare.




mercoledì 11 luglio 2007

Intervista a Carlo Freccero/2

Dopo aver pubblicato la prima parte dell'intervista fatta un anno fa a Carlo Freccero, ecco la seconda. Il tema era il Palinsesto televisivo ma il discorso si è allargato anche ad altri temi come il rapporto tra tv italiana e tv statunitense e soprattutto il confronto tra tv generalista e internet.

Nel mio lavoro sostengo che la scrittura del palinsesto ha perso quella centralità che aveva fino a qualche anno fa diventando mobile e, oserei dire, quasi precario. Questo fenomeno lo si nota in alcune reti dove i programmi vengono continuamente spostati di giorno e su alcune reti in cui si mandano in onda programmi con target di pubblici completamente differenti.

Bisogna partire dal presupposto che non si può prescindere dal presupposto che la fissazione dei programmi è fondamentale, come è necessario conoscere il pubblico. Italia1, ad esempio, ha una linea editoriale coerente ed un target ben definito e tutto si muove su quei binari. Ma non possiamo confondere la crisi editoriale che ha coinvolto alcune reti, perché abbiamo visto come spesso le logiche produttive si scontrano con quelle politiche che non sono amalgamabili, con la crisi del principio di fidelizzazione. In tv la fedeltà è tutto.

Quanto è importante l’identità di rete?

L’identità di rete ci dà il dna di un canale. Anzi ti dirò di più, io sostengo che esprime proprio il senso culturale degli spettatori, dove il termine culturale io lo intendo nell’accezione più ampia del termine e non nel senso limitativo. L’identità di rete rappresenta proprio un modo di vedere la realtà. È chiaro che Raitre e il suo pubblico hanno un modo di vedere la realtà dal pubblico di Italia1 o di Rete4 eccetera. Quando una rete, invece, si ritrova a non avere un palinsesto, e quindi non applica un piano editoriale, e deve seguire le richieste dei pubblicitari e le richieste politiche in modo schizofrenico è costretta a naufragare. È pur vero che la televisione si muove tra la politica e l’economia ma bisogna sforzarsi di non essere schiavi di queste due logiche che ripeto sono inconciliabili. In una situazione di crisi di una rete rimangono dei programmi che galleggiano nel palinsesto e spesso questi programmi sono per target e per natura contraddittori. Lo scontro tra le reti oggi, come ho detto prima, è sui programmi ma bisogna che questi programmi siano legati tra loro da una logica che è appunto rappresentata dal palinsesto.

Negli ultimi anni si assiste ad una progressiva dilatazione dei programmi di prime time che spesso finiscono per occupare per intero la fascia di seconda serata. José Miguel Contreras, il fondatore di Geca Spagna, dà a questo fenomeno il nome di effetto duplex. Inoltre le ultime ricerche ci dicono che i minuti medi dedicati dal pubblico ai programmi della prima serata sono inferiori alla durata della fascia oraria. C’è una discrepanza tra il palinsesto televisivo e il palinsesto personale di ciascun utente. Lei cosa pensa?

A riguardo ho una tesi molto originale: questa è una patologia del palinsesto italiano ed è quello che è rimasto del vecchio palinsesto che ci ha insegnato la vecchia signora Rai. Il palinsesto del passato si sviluppava in senso verticale seguendo lo schema “ogni giorno un genere”. Il lunedì era il giorno della fiction, il mercoledì dell’informazione, il sabato c’era il varietà eccetera. Noi siamo ancora in questo ordine di discorso che però non è destinato a rimanere a lungo. Questa situazione dovrà esplodere, anche grazie anche ai pubblicitari che non sopportano questi programmi diluiti i quali non permettono una certa articolazione della programmazione e dell’offerta pubblicitaria. Sono convinto che questa è ancora l’ultima cosa che rimane dei vecchi palinsesti Rai.

Spesso la televisione italiana, a differenza di quella statunitense, non riesce a seguire quei segmenti o quei target che pure emergono da un attenta analisi dei dati socio-demografici relativi alle reti.

Il discorso non può prescindere dalla considerazione che la tv generalista in Italia deve creare delle maggioranze. Inoltre bisogna aggiungere che attualmente la tv americana è in un momento di grande rinascita, nel senso che grazie alla forte concorrenza della tv a pagamento ha rinnovato e migliorato la produzione dell’offerta televisiva, a differenza dell’Italia dove solamente adesso ricompare all’orizzonte un protagonista della televisione a pagamento. Fino ad ora nel nostro paese si è sempre cercato di fare la media tra l’offerta tradizionale della Rai e la televisione privata. La tv generalista, oggi, deve mettersi in rapporto e fare i conti con l’offerta della tv a pagamento e forse anche con internet e forse anche con i nuovi media. È chiaro che bisogna cercare di risolvere alcuni dei tanti problemi relativi alla televisione che sono rappresentati, come abbiamo detto prima, da questa prima serata anomala, con programmi che si espandono fino quasi a diventare dei mostri, e dal fatto che non si riesce ancora in qualche modo a produrre e proporre una fiction che sia moderna e attuale e che rispecchi una società complessa come la nostra.

martedì 10 luglio 2007

Intervista a Carlo Freccero/1

Un anno fa la laurea triennale sul palinsesto televisivo. Una delle più grosse soddisfazioni l'incontro con Carlo Freccero (spero che con la nomina a Rai Sat torni a sperimentare) e l'intervista rilasciatami che vi ripropongo. Certo, si parlava di tv generalista ma Freccero ha scritto un saggio molto importante che vi proporrò tra qualche giorno.

Negli anni ‘80 il palinsesto assunse un ruolo strategico nella produzione televisiva. Oggi sembra che abbia perso quella importanza.

Negli anni Ottanta il palinsesto ha avuto un ruolo fondamentale. In qualche modo era una griglia da cui partire e dava la linea editoriale. Naturalmente era il campo di battaglia su cui si è mosso tutto quel decennio. Oggi, invece, assume un ruolo un po’ diverso. Innanzitutto dobbiamo ribadire che vi è un solo modello di televisione, che è quello della tv commerciale e lo scontro avviene tra un programma e un altro. Il palinsesto, così come lo intendevamo negli anni ’80, non ha più un ruolo fondamentale se non forse nella fascia pomeridiana e mattutina, dove si può parlare della così detta logica orizzontale. In senso verticale oggi la tv generalista ha somatizzato un po’ la tv a pagamento e quindi c’è stato un capovolgimento totale, una rivoluzione. È chiaro che in questo contesto la tv generalista per sopravvivere sia alla tv a pagamento, sia alla problematica della nascita dei nuovi pubblici è costretta a correre ai ripari. Prima era il palinsesto che faceva i programmi, oggi sono i programmi che fanno il palinsesto. In questa situazione sono strategici quei programmi che riescono a creare degli appuntamenti, quei programmi che in qualche modo fidelizzano il pubblico. Sto parlando chiaramente dei programmi seriali e anche dei reality, che per la loro disposizione sia in senso orizzontale che in senso verticale, esprimono un certo grado di serialità. Ma c’è un fatto nuovo. La tv generalista spesso non riuscendo a costruire un rapporto di fidelizzazione ricorre all’evento. In qualche modo oggi gran parte della programmazione del prime time fa leva sull’evento, così facendo però si cade in contraddizione perchè per sua natura l’evento distrugge tutte le logiche palinsestuali. La tv generalista, quindi, mette in atto una doppia logica: da una parte sia affida ai programmi seriali che fidelizzano il pubblico, come fiction e reality, dall’altra è costretta a creare degli eventi. Mi si obbietterà che ci sono alcuni programmi che sono fondamentali perché danno la linea editoriale, ma sono soltanto quelli di seconda serata: trasmissioni di infotainment come Matrix o Porta a Porta. La rivoluzione quindi sta nel fatto che mentre prima era il palinsesto che determinava i programmi, anzi il programma vincente era quello che riusciva a incorporare l’ora e la rete nella quale era fatti, sviluppati e prodotti, oggi sono i programmi a determinare il palinsesto.

Quanto è importante per chi fa oggi un palinsesto conoscere il pubblico attraverso i dati socio-demografici?

Fondamentale. Il palinsesto come tutti sanno dipende da alcuni fattori come il budget, il taglio di riferimento e la memoria storica. La memoria storica è quel fattore il quale determina che alcuni programmi possono andare in onda e altri no ed è una delle cose che si riverbera ancora dagli anni ’80 ai nostri giorni.

L’Auditel è importante per conoscere il pubblico. Vittorio Bossi ha scritto che i dati Auditel servono principalmente ai pubblicitari per vedere su quale rete o in quale programma c’è un potenziale bacino di utenti, dove poi si andranno a posizionare gli spot pubblicitari. Per chi scrive il palinsesto i dati servono a capire quale pubblico segue determinati programmi e quali sono le preferenze dell’utente televisivo espresso mediante il consumo di determinati programmi. Lei che idea ha?

Precisiamo che i dati Auditel hanno molte funzioni, tra cui quelle di controllare il pubblico e di fotografarlo. Però non si può andare dietro l’Auditel all’infinito. Occorre creare anche nuove offerte, altrimenti si crea un corto circuito nella comunicazione e alla fine si rischia di non comunicare più nulla. La fotografia che fa l’Auditel ci permette di capire anche qual è la domanda e in che direzione bisogna lavorare nel futuro. Se ad esempio prevale un pubblico maschile cercherò di far sì che i nuovi programmi da produrre siano indirizzati verso questo nuovo pubblico. L’Auditel, quindi, mi deve aiutare a impostare i concetti del futuro senza però cadere nel rischio di seguire modelli già consumati. (continua)

mercoledì 4 luglio 2007

NetTv e vita quotidiana/2

Verrà il futuro della televisione e avrà i tuoi occhi, scrivevo qualche post fa. Dopo aver riflettuto sulla Net-Tv, come sistema tecnologico, rileggendo e commentando alcuni passi del saggio di Silverstone credo che il passo succesivo sia quello di analizzare le dinamiche di fruizione e produzione nell'era delle post-televisioni. Sempre Silverstone scriveva "Il consumo dipende dalla produzione. Non possiamo consumare ciò che non produciamo. Il consumo stimola la produzione. Senza distruzione non si può creare."
La lucidità di questa affermazione sta nel fatto che, lo studioso, sembra quasi aver anticipato le dinamiche che stiamo vivendo come rivoluzione in questi tempi. Dopo anni di passività forzata, grazie alla tecnologia, produrre e distribuire contenuti è alla portata di tutti. La nuova figura è quella del prosumer, il consumatore che produce ciò che consumerà. Come dire: dalla passività alla totale inter-attività, dal couch potato allo spettAttore.
Perchè le persone producono contenuti? si chiedono in tanti. "Perchè se lo possono permettere" come scrive Tommaso Tessarolo nel suo libro o perchè siamo tutti dei gran narcisi (compreso noi che scriviamo sui blog) desiderosi di essere protagonisti in prima persona? Sicuramente entrabe le cose ma c'è n'è un'altra. Della rivoluzione scatenata dagli User Generated Content ne ha scritto Bruno Pellegrini nel suo libro "Io? Come diventare videoblogger e non morire da spettatore". A mio avviso già il titolo suggerisce la risposta alla domanda sul perchè le persone producono contenuti e la chiave di lettura di uno dei fenomeni più interessanti degli ultimi anni che ben si ricollega al saggio di Silverstone. Se è vero che nelle dinamiche di consumo sono sottese attività di distruzione, nulla osta imaginare che è arrivato il momento del consumo creativo o produttivo. Inoltre, se è vero che nel consumo esprimiamo la nostra identità sarà altrettanto vero che nella produzione, anche e soprattutto, dei contenuti i vlogger esprimono il loro modo di stare nel mondo. Virtuale, si dirà, ma pur sempre un mondo. Costruito da loro e per loro e per chi si mette in gioco. Attraverso la produzione di video si comunicano gusti e sensazioni, si proietta la propria personalità, la propria umanità, sentimenti ed emozioni (insomma tutte quelle cose che chiamiamo vita). Attraverso un videoblog si prendono posizioni e, perchè no, si condividono arte e saperi. In questo presente in cui si ha così tanta nostalgia di futuro si può produrre un video e vedersi in onda. Esprimere e portare avanti le proprie convinzioni politiche e chissà innescare una rivoluzione.

martedì 26 giugno 2007

Net Tv e vita quotidiana/1

Una delle sfide più affascinanti che ci aspetta in futuro è quella di rileggere e, perchè no, riscrivere tutti quei saggi riguardanti la televisione (paleo o neo non importa) con un ottica diversa. Per chi ha studiato, analizzato e sviscerato quella che in molti hanno chiamato specchio o scatola magica, deficiente o cattiva maestra l'imperativo categorico è di focalizzare l'attenzione su quelle che stiamo chiamando Net Tv o in modo più ampio Post-Televisioni. Uno dei testi fondamentali è quello di Roger Silverstone "Televisione e vita quotidiana" (per la particolarità di riuscire a collegare la tecnologia al racconto sociologico) che dopo aver letto il libro di Tommaso Tessarolo sto cercando di approfondire con uno sguardo diverso. La prima considerazione di Silverstone riguarda "l'aspetto genuinamente quotidiano della televisione". Lo studioso si chiede "Come è accaduto che una tecnologia, un mezzo di questo genere si sia insinuato così profondamente e intimamente nelle fibre della nostra vita di tutti i giorni?" Silverstone parla a proposito dell'esperienza della televisione e mi preme sottolineare le parole esperienza della televisione che il massmediologo collega al concetto di esperienza culturale proprio perchè la domanda fondamentale è capire cosa c'è nella tv che la fa essere un oggetto potenzialmente significativo? Semplicemente per il fatto che è costantemente disponibile, perchè è una presenza costante. E' eterna scrive addirittura a pagina 35 del suo saggio. Per Silverstone è proprio il fatto che la televisione (intesa come contenuti) viene a configurarsi come un membro interno della famiglia e incluso nello spazio domestico (inteso come oggetto-il televisore) la rende un oggetto potente. Quello che veramente ci deve far riflettere, però, è quando Silverstone scrive che "la televisione è una gran parte della scontata serialità televisiva e spazialità della vita quotidiana. La sua programmazione riproduce (o definisce) la struttura domestica" o ancora "la televisione è un mezzo domestico. E' a casa che la si guarda, che la si ignora, o se ne discute [...] è parte della nostra cultura domestica".
D'accordo per la casalinga disperata di Voghera (sull'orlo di una crisi di nervi per programmi allungati e palinsesti non rispettati) ma per il nipote smanettone, con un ipod alle orecchie , un tivufonino, un myspace e un invito a Joost appena recapitatogli il discorso non regge più. I contenuti (televisivi) non si vedono più secondo le logiche dei broadcaster (come già succedeva da tempo) ma soprattutto non si fruiscono più soltanto grazie al televisore e di conseguenza solo a casa (... lo spazio domestico). Una serie tv, un programma di classifiche musicali, una docusoap oggi possono essere distribuiti in maniera lineare o non lineare e perdipiù su molti supporti. Di conseguenza l'esperienza televisiva, grazie alle nuove tecnologie, la si può vivere ovunque e ogniqualvota si vuole (potenzialemente). Anywere, anytime scrive Benjamin Kott in Mediamorfosi. Inoltre se, come scriveva sempre Silverstone, "la tecnologia è il luogo di una lotta (per quanto impari) per il controllo: per il controllo dei suoi significati e per il controllo della sua potenza" proprio grazie alla tecnologia, hardware e/o software, la lotta volge a favore di noi tutti. Infatti, liberati dalla schiavitù dei palinsesti verticali e orrizzontali, stagionali e di garanzia faremo esperienza culturale di televisione senza essere additati di esserne inconsapevoli vittime e chissà che non correremo il rischio di diventare broadcaster di noi stessi. Vuoi vedere che verrà il futuro della tv e avrà i nostri occhi?

giovedì 21 giugno 2007

L'estetica nell'era YouTube & Co.

Urge una riflessione su quelli che Pasquale Napolitano su Ninjamarketing chiama paradigmi visuali del web 2.0.
Si impone un dibattito sulla modalità di produzione degli user generated content, sull'estetica dei contenuti nell'era YouTube & Co. e soprattutto sulla modalità di fruizione dei video condivisi in rete. Questo interessante mini-saggio sta funzionando come un'enzima sulla riflessione che sto portando avanti e che avevo cominciato con "Non saremo mai più uniti..."
Non vi anticipo nulla: ecco il link dal quale scaricare il mini-saggio di Pasquale Napolitano.
Buona lettura!

martedì 19 giugno 2007

Lost, serie Tv e myspace...

Fervono i preparativi del VlogCamp , che si terrà sabato a Roma, su come vorremmo la Tv generata da Noi e la lista delle persone che saranno protagoniste si allunga. Della serie: "Datemi uno spazio e vi rivoluzionerò il mondo"!
Mi preme a questo punto segnalarvi un Camp interessante che è quello dedicato a LOST e alle serie Tv che sta organizzando Axell. Partendo da questo argomento vi propongo una piccola riflessione!
Le serie più importanti (specie se targate Fox) hanno un myspace ufficiale con tanto di Forum in cui condividere informazioni, aspettative e magari chiedere al canale di non cancellare episodi o allungare la serie (chi non ha mai sognato che la propria serie preferita non finisse mai?). Qui, ad esempio, c'è quello di 24, qui quello di Prison Break (i cui appasionati hanno lanciato una petizione per far continuare gli episodi) e qui quello di Nip/Tuck. Oltre ai myspace ufficiali ce ne sono una marea creati dai fanatici: per chi ama le casalinghe disperate c'è Desperate Housewives mentre per i Lost's addict ce ne sono molti. Ma la vera particolarità è che oltre a quelli dedicati alla serie in generale ogni personaggio ha un proprio myspace aperto dagli spettatori che si sono immedesimati nei loro protagonisti preferiti: Hurley e Sayid Jarrah hanno il loro myspace, il dottor Jack Shephard ne possiede tanti, Kate ha il suo spazio, Bernard e Rose ne hanno uno a testa e come ogni coppia che si rispetti entrambi hanno in top il proprio partner, non manca quello di John Locke e persino Vincent , il cane, si diletta con il suo.
Fin qui tutto nella regola, o quasi!
Quello che ne viene fuori è un gioco appassionante considerando che nei messaggi tra di loro i fan-personaggi potrebbero vivere come se fossero veramente all'interno della Serie. In rete potrebbe succedere (o è già successo) che alcuni personaggi si amassero ben prima che la sceneggiatura lo permetesse e che qualcuno si sia dato appuntamento molto tempo prima che la serie finisse. Esulando dalla storia qualcun altro potrà innamorarsi o odiarsi a prescindere dalla serie. Grazie a myspace chi vuole, dopo esser diventato amico a qualche protagonista, può inventare una nuova storia e chiedere ai dispersi, nel caso di Lost, di non tornare mai più così da non far finire la serie!
E chissà che Lost non finisca nel 2010 come annunciato e che i personaggi restino per sempre persi nel mare dei mille Myspace... con un thanks4theadd e un thanks4therequest.

mercoledì 6 giugno 2007

NON SAREMO MAI PIU' UNITI...

Leggendo il libro di Tommaso Tessarolo mi sono tornate in mente considerazioni che avevo scritto in un articolo che vi ripropongo.

La chiamiamo Post-televisione ma non esiste ancora una definizione scientifica per circoscrivere questo nuovo fenomeno. Certe parole nascono per poi essere usate e abusate nelle discussioni su cose dalla natura complessa e complicata. Come la televisione. È innegabile che sia in corso un cambiamento che spiega l’uso di questo neologismo a proposito di questo passaggio alla tv digitale che come scrive Federico Di Chio a migrazione compiuta potremo non riconoscerla più , sottintendendo la tv.
La rivoluzione copernicana sta coinvolgendo sia il livello di produzione che quello di fruizione. Se da un lato la tv analogica viveva questi due momenti (produzione e consumo) in maniera separata, dall’altro la post-tv incarna un modello dove produzione e consumo sono strettamente collegati se non proprio incorporati. Non a caso il protagonista della post-tv è il Prosumer, ovvero il produttore consumatore (si pensi a Qoob o a Theblogtv.it ): si fruisce ciò che si produce, si produce per fruire.

Ma c’è un’ altra osservazione da fare in questa fase tra il non più e il non ancora. Quella che eravamo abituati a chiamare tv era il flusso fatto di programmi, pubblicità, annunci, promo ecc. che si riversava sugli utenti secondo la logica e unibus pluram – da uno a tanti. Quello cui andiamo incontro è qualcosa di diverso. Che fine farà il palinsesto generalista? Stanno scomparendo i palinsesti? E il consumo? Prenderemo finalmente atto che il consumatore di testi mediali non è un essere passivo, ma che in realtà sceglie sempre cosa guardare? Nel prossimo futuro ognuno consumerà un prodotto audiovisivo diverso sulla piattaforma che preferisce e con la possibilità di usufruire di programmi, senza per questo sottoporsi ai messaggi pubblicitari o all’impaginazione imposta dal broadcaster il flusso non sarà più tale. Il Blob non farà più paura. Si parcellizza il consumo, l’unità di misura della televisione ri-diventa il frammento (lo avevano già detto Adorno e Horkheimer a proposito dell’industria culturale).

A fronte di queste suggestioni mi preme fare una considerazione. Quando negli Stati Uniti morì Elvis Presley, il critico Lester Bangs scrisse non saremo mai più concordi su una cosa tanto quanto lo siamo stati su Elvis. Noi in Italia non siamo mai stati uniti su nulla, anche nella musica abbiamo creato scontri celebri come quello Battisti vs De Gregori, intrattenimento vs impegno e tutte quelle polemiche che siamo bravi a creare e alimentare su tutto e tutti. Ma su una cosa ci siamo sempre trovati d’accordo: la critica a-critica nei confronti del sistema televisivo Rai/Mediaset. Non importa quali programmi siano andati in onda, quali trasmissioni si guardino e/o si critichino, quali veline, schedine, letterine ecc ci appassionino e ci nauseano. L’importante è finire, tutti insieme, a parlare di televisione. Solo e sempre di tv. Guardiamo gli stessi programmi, zappinghiamo su quel flusso (malefico? benefico?) televisivo e non importa da che parte ci si ritrovi: alla fine un argomento televisivo comune su cui litigare, parlare e discutere lo si trova sempre. E ti senti comunque partecipe di qualcosa in comune, senti di avere un argomento condiviso.

Tra qualche anno con i canali del digitale terrestre, la piattaforma satellitare Sky, la tv di Fastweb, le partite su Rossoalice, le web-tv, i programmi sui cellulari, come faremo? Su cosa ci confronteremo? Vuoi vedere che non saremo mai più uniti come lo siamo stati su quella deficiente della tv?

articolo pubblicato il 3 Novembre 2006 su Tvblog.it


martedì 15 maggio 2007

L'ENZIMA BLOBBLOG...

Qualche mese fa Cristina Tagliabue e Enrico Ghezzi hanno scritto un saggio di cui secondo me bisognerà ancora discutere.
Per diverse ragioni BLOBBLOG (scaricatevi il pdf!!!) funziona come un'enzima di domande sui media in generale ma anche sulle novità che provengono dalla rete.

-Nel saggio è riportata una frase di Warhol che sembra riferirsi a quella che si sta configurando sempre più come la forza di Internet "Pop art is linking things";

- Di fatto in campo delle produzioni di contenuto si sta passando dal concetto dello "stare in tv" a quello "dell'essere la tv" con tutti gli esperiemnti che si stanno facendo in proposito di user generated content;

-Blob ha influenzato se non addirittura accellerato il processo di frammentazione che vive la blogosfera/vlogosfera, anche se essendo un programma tv rimane un punto di convergenza e di riunificazione dei frame visivi;

-La tv fa male, la tv fa bene... la tv! E la Rete? Non è forse vero che Internet ha cambiato la scatola magica per sempre? Non è vero, forse, che miscellaneando il tutto avverrà l'esplosione-hanabi?



lunedì 14 maggio 2007

In questo blog prossimamente si parlerà di.../Libri

Tutto quello che fa male ti fa bene... anche la TV!

Tommaso Tessarolo, ieri, intitolava il suo post "La tv fa male", ma dopo anni di pamphlet anti-televisione un anno fa è uscito un libro che ha riaperto un serio dibattito sull'industria culturale e la tv in particolare. Il libro in questione è "Tutto quello che fa male ti fa bene" - Perchè la televisione, i videogiochi e il cinema ci rendono più intelligenti in altre parole l'appasionata conclusione cui è giunto Steven Johnson , giornalista statunitense e studioso di neuroscienze, analizzando tutto quello che con un po’ di pessimismo chiamiamo cultura di massa. Guardare un telefilm come “I Soprano” o giocare a “Grand Theft Auto” , insomma, non è un esercizio inutile per la nostra intelligenza e appassionarsi ad un reality show o mantenere due conversazioni contemporaneamente sul messenger non equivale a firmare una condanna a morte per il nostro cervello.
Nel film di Woody Allen “Il Dormiglione” due scienziati del 2173 deridono i loro antenati del XX secolo (noi, per intenderci) per non aver compreso i valori nutrizionali di bistecche, torte e merendine. Per Johnson questa scena del film è una metafora dell’industria culturale e partendo dall’assunto che “l’influenza positiva dei media contemporanei sulla mente non è ancora stata esaminata con attenzione” pensa che per non correre il rischio di sottovalutare gli effetti benefici di televisione, internet e videogiochi bisogna partire da quella che egli chiama la Curva del Dormiglione: “Per decenni abbiamo agito con l’idea che la cultura di massa seguisse un percorso in costante declino verso uno standard che rappresenta un minimo comune denominatore, presumibilmente perché le masse vogliono piaceri semplici e stupidi, e le grandi aziende dei media vogliono dare alle masse ciò che queste richiedono. Ma in effetti, sta avvenendo l’esatto opposto: da un punto di vista intellettuale, la cultura sta diventando sempre più esigente.” A sostegno di questa tesi nel suo saggio Johnson porta alcuni esempi mutuati da videogames, serie tv, reality show, film e soap tutte volte a dimostrare che la Curva del Dormiglione continua a salire e le forme meno nobili del divertimento di massa dopo tutto si rivelano utili. Non è forse vero, infatti, che videogiochi come SimCity o Grand Theft Auto, famosi giochi apprezzati per la loro totale apertura, non avendo linee narrative preordinate e nemmeno un unico scopo bensì obiettivi simultanei, obbligano il giocatore a cercare e trovare gratificazioni sviluppando quelle che si chiamano “capacità d’indagine” e “capacità di creare legami telescopici”? In altre parole i giocatori devono imparare il procedimento di base del metodo scientifico perché i videogames obbligano a fare continue supposizioni: bisogna indagare per proseguire. Allo stesso modo i videogiochi sviluppano la capacità di telescoping ovvero saper gestire, determinando priorità a una serie di obiettivi simultanei che si annidano l’uno nell’altro come un telescopio chiuso. Da non confondersi con il multitasking (la capacità di gestire più compiti indipendenti tra loro contemporaneamente). Nei moderni videogiochi si tratta di trovare ordine e significato in quel mondo virtuale che sicuramente può essere un esercizio utile nel mondo reale. Dopo questa parte il giornalista da il meglio di sé quando parla di televisione.

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